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Baronio Vicenza

Il Fondatore

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don Paolo Zanutel

 

La Grande Primavera della Chiesa

 

in Madron Paolo, Vicenza DolcePerversa, Emilio Zola editore, Vicenza, 1985, pagg. 173-179.

scarica pdf: don Paolo Zanutel 1985 Madron

 

È conosciuto come don Paolo dei Filippini, e anche chi non è uso alle cose di chiesa avrà sentito parlare delle sue prediche infuocate, della parola enfatica e del gesto teatrale con cui affascina, talvolta stigmatizzandoli con veemenza, quei numerosi fedeli che gli sono affezionatissimi e non mancano mai l’appuntamento domenicale con questo prete occhialuto e mingherlino, strenuo ed impulsivo nel carattere. A tal punto che i richiami all’ordine non sono mai mancati, così come i pettegolezzi ed i rancori attorno alla sua persona. Ma non gli mancano anche gli amici, a cominciare dal più alto esponente della curia che, ammirato forse dal suo modo molto sentito di vivere la fede, deve avergli perdonato anche qualche eccesso e qualche parola di troppo.

 

 

Tu sei molto noto in città perché da anni, ai Filippini, costituisci un punto di riferimento per giovani e meno giovani per un certo modo di vivere l’idea della chiesa. Per capire di che si tratta basta andare alla messa domenicale delle 11 e si vedono i meccanismi di fascinazione che il tuo modo di celebrare esercita sulla gente.

L’appuntamento domenicale con i credenti è molto importante. Non ci dovrebbero essere personalismi, ma a volte è inevitabile quando sei costantemente presente. Ciò ti permette una continuità di predicazione, di stile, di temi, ed è una dimostrazione di serietà e rispetto verso quelle persone che non vanno a messa a caso, dove capita, ma cercano una continuità di formazione, una profondità nell’annunciazione della parola di Dio.

La gente che frequenta i Filippini appartiene, in genere, ad una certa borghesia vicentina medio-alta. Tu molto spesso, nelle tue prediche, affrontavi temi e problematiche che si scontravano violentemente con la loro ideologia ed il loro perbenismo. Evidentemente ci sono delle contraddizioni che credo anche tu abbia avvertito.

La presenza di un certo tipo di fedeli è favorita dalla collocazione stessa della chiesa, in pieno centro storico. Non è che io lanciassi contro di loro accuse, è che cercavo di spronarli a vivere l’esperienza religiosa al di fuori di un cammino tradizionale di fede sul quale essi pigramente si adagiavano.

 

Un rapporto blando con la fede.

Ricordo che insistevi molto sul fatto che non bastava venire in chiesa la domenica.

Sì, e mi sembra una cosa essenziale. Ci sono troppe persone che hanno questo rapporto blando con la fede, che la vivono come un’abitudine. Perché vedi, Vicenza è una città molto praticante ma questo non vuol assolutamente dire che viva una dimensione religiosa autentica.

Da quello che mi dici evidentemente qualche dubbio sull’efficacia della tua missione l’hai anche avuto.

Predicare per tanti anni alla stessa ora non è facile perché devi sempre attualizzare la tua parola ed evitare le ripetizioni che possono risultare noiose, nonostante qualche volta “reperita iuvant”. Poi però ho anche pensato che la parola di Dio apre percorsi inattesi nei cuori delle persone, e che aspettarsi riscontri immediati sarebbe stato quanto meno pretenzioso.

 

La grande primavera della chiesa.

La parola di Dio è al di sopra della contingenza storica, invece un prete vive nella storia. Tu come hai vissuto questi anni segnati dal passaggio dalla socialità come valore all’individualismo. Forse un tempo era più facile per te fare certi discorsi.

Io non credo nel riflusso, perché non si possono dare definizioni stantie ad un’età di transizione. Oggi le generazioni cambiano con molta più velocità rispetto al passato, e talvolta può darsi che proprio là dove noi pensiamo ci sia meno autenticità e coerenza stia per nascere qualcosa di grande. Si dice, per esempio, che i giovani sono presi dall’effimero. Ma se noi riusciamo a leggere il fenomeno ed a portarvi il nostro contributo è positivo perché radichiamo i giovani sul presente. C’è stato un periodo in cui la Chiesa sentiva l’urgenza di affrontare i grandi temi della vita, e molti preti hanno fatto esperienze diverse, vedi quella dei preti operai. Se oggi parli ad un giovane dei preti operai sgrana gli occhi e ti domanda cos’è. Sì, c’è stata una grande primavera della Chiesa…

Che mi pare sia coincisa con il ’68, quindi con le richieste di cambiamento di tutta una generazione ipercritica, una generazione alla ricerca di nuovi modelli, con tanta voglia di cambiare tutto.

Il Concilio è stata una primavera stupenda, qualsiasi cosa se ne dica oggi. È vero, la grande primavera della Chiesa è coincisa con quella della generazione del ’68 che si interrogava sul futuro, sui modelli di vita. Che poi tutti ne sono usciti delusi perché «homo hominis lupus» e il potere, che è la forza che organizza la nostra società, non cambierà mai, chiunque lo gestisca.

Tu personalmente come sei uscito da questa esperienza? Sai bene che molti sono finiti male, non sono riusciti a sostenere il peso della sconfitta.

Il ’68 qui ai Filippini è stato molto vivo. Si erano formati molti gruppi che si interrogavano sugli avvenimenti del Concilio, sulle grandi cose che succedevano. Oggi quei ragazzi li vedo tutti in posti di responsabilità, il che vuol dire che dal punto di vista umano e religioso, pur attraversando momenti di sbandamento, non si è fatto tutto per niente. A scuola, quando parlo con i ragazzi, dico sempre «Voi il ’68 lo studierete sui libri di scuola. Cercate allora di rendervi conto che è stata un’esperienza importante, molto importante».

Che influsso ha avuto il ’68 sulla Chiesa vicentina?

È stata un’esperienza molto positiva perché ne è uscita una categoria di persone ben preparate e con i piedi per terra. Qualcuno si sarà anche perso, ma questo fa parte dell’ordine delle cose.

 

Richiami all’ordine.

Certo che, in rapporto alle gerarchie, non dev’essere stato facile. Mi pare che richiami all’ordine in questi anni non te ne siano mancati.

Sì, e molti. Ma per natura tendo a dimenticare queste cose, che per me scaturiscono solo da male interpretazioni e pettegolezzi. Chi mi ha richiamato aveva il potere di farlo, però le informazioni in suo possesso non erano vere. Perché ognuno capisce quel che vuol capire, spesso estrapolando da un discorso intero una frase, un’espressione, una battuta, come quasi sempre è successo.

Il fatto di essere rimasto sempre qui ai Filippini è una tua scelta?

Sì, anche se non è facile restare sempre nello stesso luogo perché gli stimoli e gli interessi possono venir meno. Però se vuoi dare continuità al tuo discorso, far da punto di riferimento, la fedeltà al luogo è necessaria.

E i gruppi di giovani che ti gravitano attorno sono collaudati nel tempo oppure anche loro risentono dell’effimero?

I gruppi sono sempre stati numerosi e abbastanza vivi. Per chi ha provato un’attrazione momentanea la prova del fuoco è sempre stata quella della continuità e della fedeltà. Qualcuno dopo un po’ se n’è andato ma è anche giusto perché un credente non si improvvisa nel giro di qualche mese o negli incontri di qualche anno. È un cammino molto lungo e chi lo interrompe lo fa perché forse non ha la capacità di dare fino in fondo.

Hai parlato poco fa di grande primavera della Chiesa. Quali erano, a Vicenza, le punte di diamante del movimento?

Direi don Lino Genero del Movimento studenti cui ho sempre fatto riferimento sin da giovane. È una persona a cui devo molto e che sento molto vicina. Poi i padri di questa comunità, dove c’è una tradizione altissima di spiritualità, di santità e di fede. Infine la figura del vescovo Onisto che ha caratterizzato profondamente in questi anni la Chiesa vicentina e che è l’immagine del pastore, di colui che ascolta, dell’uomo che ha un profondo rispetto di tutti, anche se talvolta viene giudicato male e frainteso. Credo che chi lo fa è perché vorrebbe un vescovo a sua immagine e somiglianza, ma il vescovo è come il Signore lo vuole.

Alludi a certe polemiche con l’ambiente imprenditoriale?

Il vescovo sta dalla parte del popolo, dalla parte della gente; il presidente dell’Associazione industriali non rappresenta certamente il Vangelo né l’attesa degli ultimi. Rappresenta la garanzia di una macchina che ha come meta il profitto.

Lui però risponde che il profitto è alla base dello sviluppo e del benessere di tutti, vescovo compreso.

Diciamo che uno si basa sul Vangelo, l’altro sui meccanismi dell’economia. Sono due ambiti completamente diversi. Io giudico la cosa dal punto di vista evangelico e non posso far altro che lodare e stimare l’atteggiamento del vescovo che, se si fosse comportato diversamente, avrebbe mostrato di aver paura del mondo economico oppure di essere ambiguo nelle sue scelte. In fin dei conti la presa di posizione del vescovo è stato un gesto di coerenza.

 

Zinato e Onisto.

Certo che c’è una bella differenza tra questo vescovo e Zinato, il suo predecessore. Il vescovo Onisto, voglio dire, è il frutto di quel ’68 della Chiesa di cui parlavamo.

Sono due personaggi che vivono e rappresentano epoche completamente diverse. Il vescovo Zinato si è ritrovato all’indomani della guerra a riorganizzare una società, una Chiesa. Apparteneva alla temperie di Pio XII, e in quel tipo di Chiesa Zinato è una figura che brilla. Sbaglia chi vuol leggere il suo operato con gli occhi di oggi. Onisto è il vescovo del Concilio, in lui ci sono tutti gli elementi per giudicarlo in questo senso: porta con sé un grande afflato di umanità, è un uomo di preghiera e di fede.

Si fa un gran parlare della religiosità dei vicentini poi, guardando ai dati ufficiali, scopri che è soltanto un 17% quello che frequenta la chiesa assiduamente. Forse, rispetto alla tradizione, la città sta cambiando.

Vicenza non è mai stata al centro di grandi processi di cambiamento, poi non è mai stata una città a forte presenza operaia perché, per una strategia secolare, le grandi industrie si sono insediate in provincia. È quindi una città a forte presenza borghese, dove il problema della fede si vive abbastanza con facilità perché non ci sono grandi tensioni. Ciò fa sì che la fede sia più rito che pratica di vita, tu sai che nel rito rispettato c’è una gran componente di perbenismo. Guardando ai dati ufficiali, indubbiamente la frequenza è bassa. In questo senso si comprende il desiderio che il vescovo ha esposto con molta chiarezza affinché vi sia una missione straordinaria in città, cioè un periodo molto intenso di evangelizzazione per portare la gente ad una pratica più sincera e costante.

Abbiamo parlato tanto di ’68. Qui però si è trattato di un fenomeno marginale, arrivato di riflesso, non c’era un’università a far da traino alla contestazione. C’è il rischio di parlarne per sentito dire, su esperienze vissute solo marginalmente.

Sì, quello che dici è giusto. Sono mancati i poli su cui costruire i discorsi: l’università, la fabbrica, quindi i punti di grande tensione e movimento. Direi che quello che caratterizza la nostra città è l’alto tenore di vita e quando la gente sta bene non scende in piazza.

Quindi non c’erano reali banchi di prova.

Non del tutto. La Pastorale del lavoro si è costituita su esperienze molto valide, ha lavorato con intelligenza, con capacità. Ci sono stati, certo, momenti di tensione, perché non è facile capirsi tra chi difende i diritti degli operai e chi invece vuole garantire il privilegio del capitale.

Secondo te la Chiesa appoggia ancora in modo massiccio il partito al potere, oppure c’è stato un certo distacco?

La caratteristica dell’episcopato del vescovo Onisto è proprio quella di aver creato un clima di gran rispetto verso tutte le componenti che operano nel mondo politico, lasciando contemporaneamente spazi di indipendenza alle coscienze. Alcuni hanno molto criticato questa «neutralità» della curia, ma io credo che il vescovo abbia fatto una scelta giusta. Neutralità non vuole dire silenzio: le sue omelie sono piene di inviti alla chiarezza, ad una politica onesta, alla responsabilità del singolo.

Forse ciò è avvenuto in città, ma in alcuni paesi di provincia mi raccontano ancora di episodi simili a quello del film «Divorzio all’italiana» di Germi dove un curato invitava dal pulpito i fedeli a dare il proprio voto ad un partito «democratico e cristiano».

Non conosco bene la realtà della provincia. Certi episodi li conosco per sentito dire, magari me li riferivano i ragazzi a scuola. Allora tu capisci che è molto difficile giudicare.

Pensi mai al futuro di Vicenza?

Sì, e sono ottimista, perché ci sono moltissime energie, soprattutto in persone giovani che hanno sete di verità e di autenticità, e sono disposte a dare senza chiedere contropartite o creare clientelismi.

 

10 luglio 1985

 

 

 

 

 

 

don Paolo Zanutel, nato a Vicenza. Completati gli studi liceali al “Pigafetta”, ha frequentato la facoltà di lettere all’Università di Padova. È prete dal 1969. Da allora è presente nella chiesa dei Filippini come uomo e sacerdote.